Sapevate che uno noto studio del professor C. Fernyhough evidenzia che il 19% delle persone che ha appena concluso un libro, sente ancora le voci dei personaggi nella sua mente?
È il potere dello storytelling.
Si tratta di una delle tecniche più utilizzate nel mondo della comunicazione aziendale e degli eventi. Essa ha l’obiettivo di porre l’attenzione su una storia, facendo in modo che chi la legge, la vede o la ascolta, vi ponga l’accento.

Da dove deriva la tecnica dello storytelling?

Lo storytelling è molto di più del “racconto di una storia”. Essa è una scienza che deriva dall’applicazione delle neuroscienze e della psicologia nel processo di vendita. É uno stimolo della mente umana.

Gli studi dimostrano che dopo migliaia di anni di evoluzione, il nostro cervello è un perfetto narratore e un perfetto ascoltatore. E questo comportamento deriva da un bisogno primario: quello di mantenere il controllo sul mondo che ci circonda.

Normalmente, poniamo l’accento su ciò che ci interessa per trarne un insegnamento o un suggerimento prezioso. È per questo che spesso le storie che ascoltiamo maggiormente sono quelle delle persone e delle loro esperienze vissute.

In epoche in cui gli esseri umani vivevano in tribù di cacciatori e coltivatori, il racconto delle storie di altre tribù era fondamentale per la sopravvivenza dei gruppi umani.

Oggi, il bisogno non è legato alla sopravvivenza ma alla necessità di saziare la nostra curiosità.

Come si scrive uno storytelling?

Quando scriviamo uno storytelling dobbiamo porre l’accento sui personaggi, sulla struttura e sul finale.

I personaggi devono essere interessanti, veritieri e tridimensionali.

Per crearli è fondamentale capire i meccanismi che ne regolano pensieri, azioni e relazioni. E per capirli è necessario fare riferimento a studi che regolano il pensiero e la mente umana. Ecco che la scienza ricopre un ruolo fondamentale in questa fase, perché ci dà le informazioni che regolano le reazioni del cervello.

Informazioni che dovremo usare a nostro favore e su cui noi dovremo basare la nostra narrazione.

Storr parla di “Sacred Flaw approach”. Un metodo che ha individuato per la creazione di narrative capaci di catturare l’attenzione della mente umana, a partire dai suoi stessi meccanismi.

Il nostro cervello è estremamente curioso verso ciò che accade al prossimo. Ed è proprio sulla curiosità verso ciò che accade ad altre persone e la loro reazione verso il cambiamento, una delle chiavi su cui giocare nella costruzione delle narrazioni.

A dimostrazione di ciò, gli esperimenti di Geaorge Lowestein e lo studio “La psicologia della curiosità”.

Essi ci mostrano che quando la mente umana viene messa di fronte ad uno scenario di informazioni incompleto, manifesta un picco di curiosità. Il cervello viene messo nelle condizioni di volere a tutti i costi una risposta, vuole la completezza dello scenario e farà di tutto per ottenerla.

Conseguentemente, ottenere la risposta, provocherà piacere.

Ecco allora che, per esempio, è spesso gradita la storia di un personaggio complesso di fronte ad un cambiamento imminente.

Che cosa accadrà? Cosa succederà? Il cervello cercherà la sua risposta, e lo farà fino all’ultimo.

Sfruttare la curiosità del lettore è uno dei trucchi per accendere la sua mente e portarla nella direzione che vogliamo noi.

Da cosa è composto lo storytelling?

Le storie che vogliamo sentirci raccontare hanno spesso due elementi in comune: i cambiamenti e le persone.

Ci piace vedere susseguirsi una serie di fatti e cambiamenti, preferibilmente a ritmo serrato e drammatico fino al loro finale. Il tutto senza dimenticarci il secondo ingrediente magico: il personaggio.

Metodi di visualizzazione cerebrale e creazione di uno scenario.

Il nostro cervello, per sua natura, visualizza e modella ogni parola che legge.

Questo è il meccanismo che ci catapulta nella storia, la sua esatta visualizzazione nella nostra mente.

Ecco quindi che si rivela molto utile approfondire la descrizione dello scenario con termini vividi e specifici. Molto utili sono la creazione di nuove metafore per spiegare in modo innovativo com’è l’ambiente che vogliamo far visualizzare al lettore.

Una piccola tips? Aggiungete 3 aggettivi descrittivi per i particolari, vi aiuteranno a renderli vivi.

Ad uno scenario descrittivo, dobbiamo aggiungere un personaggio deve essere unico e imprevedibile, vero, vivo.

Il personaggio per essere efficace deve dare al lettore la possibilità di potersi immedesimare in lui.

I personaggi dello storytelling: come umanizzarli?

Campbell dice che per descrivere un essere umano nella maniera più veritiera possibile è necessario partire dalle sue imperfezioni. Potremmo quindi cominciare con un punto debole, un difetto morale o fisico, una credenza o una convinzione.

Un altro meccanismo che si lega alle imperfezioni del personaggio principale sono i Bias cognitivi, ossia le manipolazioni mentali che ognuno di noi ha nella percezione del mondo. I bias portano a pregiudizi positivi o negativi.

Trovare il sacro difetto che rende il nostro personaggio unico, conoscere ed applicare i bias della mente umana è utile per destabilizzare il protagonista davanti al cambiamento.

Il personaggio deve scatenare interesse, curiosità e dev’essere composto da un’infinità di elementi cruciali che ne definiscono la personalità.

Una volta definito il personaggio, si dà il via alla narrazione, si accende la storia.

Lo si può fare con la messa in atto del cambiamento o l’anticipazione di esso, o mettendo il protagonista in una posizione di difficoltà, per esempio, facendogli vivere un’ingiustizia, una rivalsa o una vendetta.

Un esempio perfetto ne è la descrizione dei tremendi genitori adottivi di Harry Potter nell’incipit del primo libro della famosa saga.

Il consiglio è quello di far reagire il cervello di chi ci legge tramite stimoli, spesso primitivi o inconsci.

Per citarne un esempio, è il classico caso dell’eroe contro l’antagonista, della lotta tra il bene e il male. Noi tutti proveremo piacere piacere quando l’eroe buono prevale e il male viene sconfitto.

Sfruttare il finale della storia: saziare la curiosità.

Al termine della nostra narrazione, una volta che siamo riusciti a tenere agganciato il lettore al nostro storytelling, arriva la parte più importante, quella che il lettore attende dall’inizio: il finale.

Arriverà il momento in cui la mente riuscirà ad esaudire il suo desiderio di “sapere come finisce la storia”, e allora sarà soddisfatto il bisogno della mente umana di saziare la curiosità.

È il picco di attenzione, il momento in cui le menti stanno per scoprire il finale, in cui, il più delle volte nel marketing, viene inserito il prodotto.

Alla fine del viaggio troveremo l’eden, esattamente lì, dove sta il prodotto/servizio che vogliamo vendere.

L’arte dello storytelling negli eventi di Endes.

continuare una narrazione che, spesso, cominciano i relatori.

Lo storytelling all’interno dell’evento può declinarsi principalmente in tre:

  1. il racconto di una storia, per far vivere agli Ospiti il racconto tramite il senso dell’udito
  2. la lettura di una storia, per far vivere questo momento in maniera particolarmente personale al proprio Ospite
  3. la rappresentazione di una storia, per far visionare agli Ospiti la storia

Tutte le modalità sono corrette ed efficaci se utilizzate in maniera consapevole e sapiente.

Case Study: Il tuo prodotto come happy ending.

In occasione di uno dei nostri eventi phygital abbiamo applicato lo storytelling alla tecnica della sand art per raccontare il motto del nostro Cliente che si occupa di prodotti naturali: il benessere e la bellezza della donna.

In questo caso il prodotto, creato esclusivamente dalla natura, si prefigge l’intendo di essere la soluzione ai problemi quotidiani di ogni donna/bambina.

Ci siamo riuscite? Vedere per credere…